Donne nello sport tra dilettantismo e professionismo

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Donne nello sport tra dilettantismo e professionismo

Mantenersi in forma non è fondamentale solo per la linea e per ragioni estetiche. È oggi importantissimo soprattutto per la nostra salute, in modo particolare può esserlo per le persone di sesso femminile, che nel corso della loro vita, con una eventuale gravidanza, potrebbero incorrere in problemi fisici e di postura.

La donna e lo sport, sono stati per anni un binomio poco utilizzato e poco conosciuto nel mondo al di fuori di quello sportivo. Gli sport che meglio possono aiutare il corpo a mantenersi in salute e che aiutano la struttura a mantenere una corretta postura, sono:

  • nuoto (si dice sia lo sport più completo)
  • pallavolo
  • cannotaggio

Le donne nello sport, non sono più un caso raro, anzi, più avanzano gli anni e più lo sport nel sesso femminile diventa importante e seguito a livello mondiale.

Giustamente quindi, anche le donne vogliono diventare delle professioniste dello sport, così come accade sempre fra gli uomini, che sognano spesso una vita da calciatori.

Oggi invece le atlete italiane che sono riuscite a coniugare lo sport con il proprio lavoro, sono costrette a gareggiare per la maggior parte come dilettanti, in quanto poche federazione permettono loro di accedere ad un’attività professionistica.

La richiesta di una soluzione definitiva, arriva da una petizione online fino al presidente del Coni Giovanni Malagò che in poche ore dalla sua partenza ha già ottenuto oltre tremilacinquecento firme, un numero pazzesco!

L’hanno lanciata delle giocatrici della squadra di rugby femminile di Roma, chiamata All Reds. «La legge sul professionismo sportivo del 1981 stabilisce che siano il Coni e le singole federazioni a decidere quali discipline sportive possono essere definite professionistiche — spiega Chiara Campione, una delle rugbiste delle All Reds —.

La fuga dei talenti

Le donne sono sempre escluse a causa dei regolamenti: il caso più eclatante è quello del calcio, ma vale anche per la pallacanestro». Una discriminazione nel mondo dello sport che si aggiunge alla questione economica: quasi tutti gli sport femminili, in Italia, hanno molto meno pubblico rispetto alla controparte maschile e quindi meno “mercato” (economicamente parlando), di quelli maschili.

«Le sportive in media guadagnano il 30% dei loro equivalenti maschi», ricorda Campione. Spesso però, le differenze sono molto più alte. Lo stipendio più più alto per una giocatrice di calcio femminile in Italia si aggira intorno ai seimila euro al mese, ben poca cosa rispetto agli ingaggi milionari e talvolta assurdi, dei calciatori nel bel paese.

Le italiane più brave vanno a giocare all’estero: in Germania, in Francia e negli Stati Uniti. Paesi dove, di sport, possono vivere anche le donne. Il riconoscimento di professionismo, al di là dell’attrazione che può dare a livello economico dei vari sport, permetterebbe però di ottenere almeno delle garanzie, previste dagli inquadramenti contrattuali che ne gioverebbero le donne.

«In Italia sono sei su sessanta le discipline considerate professionistiche: calcio, golf, pallacanestro, pugilato, motociclismo e ciclismo. Ma solo per gli uomini» dice Luisa Rizzitelli, ex pallavolista e presidente dell’associazione delle atlete italiane Assist, che da anni porta avanti la battaglia per l’inclusione delle donne nello sport professionistico. «Non è solo una questione di titoli, che rende ridicolo definire “dilettanti” sportive come Federica Pellegrini o Francesca Schiavone. Ma anche di tutele: essere professioniste permette di accedere alle garanzie previdenziali, sanitarie, contrattuali previste per i lavoratori del settore. Compreso il tfr a fine contratto. Per le donne non è così e in più ci troviamo di fronte al paradosso che a causa delle decisioni di Coni e Federazioni, non possiamo usufruire di una legge dello Stato: è incostituzionale».